New York City Ballet è un po’ la versione newyorkese della “Scala” , e il 14 settembre ha aperto ufficialmente la stagione del balletto, magico e perfetto, come sempre.

Ieri io e Francesca siamo andate a vedere (grazie a John, che ci ha invitate!!!) Serenade, Interplay e Who Cares?. Il primo e il terzo balletto sono coreografie di Balanchine, capolavori fedelmente riproposti, il secondo è un pezzo allegro e leggero, coreografato da Jerome Robbins la prima volta nel 1945.

Il balletto può piacere o no, ma vorrei soffermarmi su quel che è successo prima 🙂

Appena ci siamo accomodate sulle poltroncine rosse del teatro, è uscito sul proscenio uno dei ballerini principali, col microfono in mano e si è presentato al pubblico. Simpatico, disinvolto, e anche un po’ comico, ha aperto un dialogo dicendo quanto era alto; a detta sua, la domanda più comune tra le persone è “quanto sarà alto il ballerino?”, quindi ha pensato bene di anticipare la risposta.

Ha quindi presentato i balletti che sarebbero seguiti e ha definito cosa è per lui un capolavoro della danza classica:
1) qualcosa che esiste da tantissimo tempo
2) un pezzo che continua ad essere difficile per i ballerini
3) nonostante la difficoltà, i ballerini amano interpretarlo ancora oggi

Poi, prima di salutare e aprire il sipario, ha sollecitato il pubblico ad alzarsi in piedi e ha insegnato alcuni movimenti semplici della coreografia che avremo visto da lì a poco.

Tutti (Francesca ed io comprese!!!), abbiamo ubbidientemente seguito le sue istruzioni, in conti da 8 e abbiamo provato due o tre volte la coreografia, per essere sicuri di averla imparata 😀

Era troppo divertente vedere come tutti noi, diligentemente, indifferentemente dall’età e dalla nostro background, eravamo coinvolti!!!

Si tratta del nuovo approccio del New York City Ballet, come mi ha detto Francesca (che aveva letto questo articolo del New York Times), per “umanizzare” la danza, creare un legame tra ballerini e pubblico e, certamente, per vendere più biglietti 😉

I ballerini sono, nell’immaginario collettivo, figure eteree, fragili, dalla tecnica perfetta ma pieni di grazia e che utilizzano il loro corpo come strumento di emozioni.

Fino ad oggi si sono sempre esibiti in silenzio, e ora rompono alcune barriere.

Con l’apertura della nuova stagione, i ballerini hanno l’opportunità di parlare un po’ di sé e di creare così un legame differente col pubblico.

Di certo posso dire che nel mio caso ha funzionato.

Anche il ritrovare nei balletti i movimenti che ci erano stati insegnati prima dell’apertura del sipario, mi ha dato come un senso di famigliarità. In qualche modo mi sono sentita partecipe di quel che stava accadendo sul palcoscenico e di sicuro questo ha creato in me un’ulteriore connessione con la danza: splendida idea!!!

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