Ho conosciuto Andrea un paio di anni fa grazie al blog e sono felice che abbia voluto raccontare anche per voi la sua esperienza da maratoneta a NY. È stata un’emozione anche per me da spettatrice, si sentiva tantissimo l’ondata di energia dei partecipanti… da far venire la pelle d’oca! Aspettavo con trepidazione di vedere Andrea per potergli scattare qualche foto eppure, nonostante potessi seguirlo sulla app non sono riuscita a riconoscerlo tra la folla. Per fortuna a fargli le foto ci ha pensato la nostra amica Viviana!
Eccovi il suo racconto.

Ciao a tutti, il mio nome è Andrea, ho 39 anni e vengo da Monza, in provincia di Milano.

Vivo a New York dall’inizio del 2014 e, grazie a Laura ed al suo strepitoso blog, sono circondato da amici fantastici (tutti conosciuti qui) che, insieme alla mia ragazza, mi hanno pazientemente supportato e sopportato nella preparazione della maratona di NY 2015, sostenendomi inoltre con un tifo incredibile durante l’intera manifestazione.

Quando ancora vivevo in Brianza (da qui il mio soprannome “Bria”) ho partecipato a diverse mezze maratone in giro per l’Italia, e il pallino di voler partecipare alla maratona più amata che ci sia è sempre stato radicato in me; perché quindi non approfittarne avendola proprio sotto casa?

La preparazione è durata globalmente circa 3 mesi. Per quanto le tipologie di allenamento tecnico dai nomi inquietanti come “allunghi”, “ripetute”, “fartlek”, i tremendi “lunghi” e lo sfiancante “interval training” (nel mio caso in abbinamento ad un infortunio al ginocchio sinistro) tendano irrimediabilmente a diventare di una monotonia demotivante, la cornice di Central Park nelle varie ore della giornata ha giocato un ruolo fondamentale con la sua bellezza e i percorsi variegati: da quello interno, che ne descrive il perimetro (approssimativamente di 10km) a quello polveroso e sterrato che costeggia l’Onassis Reservoir (circa 2,5km); meraviglioso e mozzafiato il gioco di colori del cielo all’alba e al tramonto, delle foglie autunnali, delle luci dei grattacieli che timidamente compaiono all’imbrunire e la quantità di spiritosi scoiattoli, oche e procioni che durante gli allenamenti serali impunemente tagliano la strada! Una sera mi è anche capitato di fare vistosi cenni e bloccare una volante della polizia per lasciar attraversare un corteo di oche dirette verso uno dei tanti laghetti temendo che non le avesse viste.

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Tutto inizia da Staten Island, isola che si raggiunge con il famoso traghetto giallo che parte da Manhattan, precisamente da South Ferry. Alla fine della traversata, un’interminabile coda di pullman solo per gli atleti attendono quindi lungo la costa e conducono in una quindicina di minuti esattamente al principio del ponte di Verrazano, che non solo rappresenta il punto di partenza della maratona, ma anche l’area in cui ci sono i cosiddetti villaggi degli atleti, aree di accoglienza in cui è possibile avere informazioni sul percorso, rifocillarsi prima dell’inizio, conoscere potenziali compagni di avventura e provvidenzialmente usare il bagno, cosa che si rileva fondamentale per una gara di questo tipo.

La partenza è divisa in scaglioni, contraddistinti da codici e colori basati sul tempo stimato di conclusione gara dichiarato in fase di iscrizione, e l’ordine è fatto meticolosamente rispettare da una serie di zelanti volontari addetti alla sicurezza, senza i quali noi 55mila iscritti alla maratona saremmo stati nel caos più totale. I controlli all’accesso dell’area dei villaggi sono molto rigidi e operati esclusivamente dalle forze dell’ordine, in ogni caso molto gentili e disponibili.

L’atmosfera che si crea quando si sta per partire è un qualcosa di eccezionale: in attesa del poderoso colpo di cannone, ci sono persone che ridono e scherzano, altre tese come corde di violino, e quelli – come me – assolutamente in preda all’euforia (in abbinamento ad una buona dose di innegabile tensione) che cercano di captare la lingua in cui i vicini parlano, nella flebile speranza di trovare qualcuno con cui passare in compagnia almeno la parte iniziale della corsa.

Ebbene, per mia grande fortuna, alla partenza ho proprio trovato delle persone di Lecco, con cui ho corso i primi 18km, letteralmente volati grazie alla loro simpatia e alle loro maglie con scritto “Italia” dai caratteri cubitali, che ci hanno regalato infinite attenzioni e affetto da parte di un foltissimo e calorosissimo pubblico agitatissimo, variegato ed internazionale.

Dopo la partenza dal ponte di Verrazano, lungo ben 4 vibranti (letteralmente) chilometri e la cui parte iniziale è sensibilmente in salita, si entra a Brooklyn, dove inizia un tifo meraviglioso composto da band che suonano musica dal vivo (rock, gospel, pop e jazz erano i più gettonati), gente che incita giocando un ruolo fondamentale per le scariche di adrenalina regalate, striscioni di ogni forma, colore, contenuto e lingua, spaziando dai connotati politici satirici a quelli più ludici, e non manca chi offre di tasca sua cibo, bevande e fazzolettini a chi ne può avere bisogno.

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Il percorso è estremamente scorrevole, la parte iniziale di Brooklyn non è eccezionale a livello paesaggistico (Bay Ridge e Greenwood), ma si rifà completamente quando si passa per Williamsburg, arrivando in un soffio nel Queens, dove dopo qualche miglio ci attende il famigerato muro: il Queensboro bridge. Qui il tifo scompare completamente e lascia spazio al rumore dei passi appesantiti dei corridori, mentre l’inclinazione del ponte si sente tutta e spinge a rallentare fino quasi a camminare, facendo completamente perdere il ritmo, e il pubblico assente non aiuta.

Si tratta fortunatamente solo di un chilometro, e man mano che ci si avvicina a Manhattan, si avverte sempre più intensamente il vocio del pubblico, che sfocia in un quasi commovente boato da stadio quando si supera il ponte e si entra nella 1st Avenue, enorme strada che taglia verticalmente Manhattan sul lato est, accompagnandoci linearmente (e con sensibili saliscendi) dalla 59esima strada fino alla 126esima, arrivando quindi al Willis Avenue Bridge, dove le gambe iniziano tremendamente a farsi sentire in salita e il superamento del ponte segna l’accesso ufficiale nel Bronx.

Il giro per questo sobborgo non è particolarmente lungo in quanto si tratta di poco meno di 2 miglia, e il Madison Avenue bridge finalmente ci riporta a Manhattan all’altezza della 138esima strada, facendoci correre interamente sulla Fifth Avenue e sognare Central Park per ancora 28 isolati: alla centodecima strada infatti il parco finalmente inizia, e il fatto che contenga il traguardo, seppur dalla parte opposta e ben dopo 4 miglia, psicologicamente è assolutamente un toccasana.

La quinta strada è di una eleganza eccezionale, ricca di edifici residenziali di lusso e pubblico sempre più denso ed emozionante, grazie al conto alla rovescia offerto con variopinti ed esilaranti cartelli e chi, intravedendo un atleta affaticato, inizia discorsi motivanti imponendo di arrivare al traguardo e di non pensarci neanche a mollare.

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Le ultime 3 miglia sono memorabili, perché il tifo è sempre più effervescente, i cartelloni fanno capire che ormai è praticamente fatta, la voce in lontananza dello speaker che legge i tempi e incalza gli atleti che stanno per tagliare il traguardo, in abbinamento all’idea di poter finalmente riabbracciare amici e fidanzata, creano una scarica di adrenalina che fa completamente dimenticare di aver tutta quella strada sulle spalle, e spinge ad andare, sempre di più, quasi come se le forze fossero completamente tornate e ci si sentisse, sebbene ancora per poco, freschi come alla partenza.

Tagliare il traguardo è un’emozione indescrivibile.

Ci sono atleti che si commuovono, altri che gridano di gioia, e soltanto quando finalmente i volontari distribuiscono le medaglie si capisce che veramente ce la si è fatta e si è arrivati alla fine – non solo delle forze fisiche.

L’unico problema è che, essendo il traguardo all’altezza della 67esima strada, a causa delle meticolose misure di sicurezza per raggiungere l’uscita dal parco è necessario salire fino all’86esima strada per poi ridiscendere verso la 59esima per accedere al villaggio di ricongiungimento familiare, camminando – o meglio trascinandosi – per quasi altre 2 miglia!

In molti mi hanno chiesto se è stato faticoso, e la risposta è assolutamente affermativa; se intendo rifarla?

Inizialmente la mia risposta era un secco no, ma ora, anche solo ripensandoci, la passione mi si riaccende dentro e ci potrei anche seriamente pensare!

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Il mio tempo non è stato eccezionale perché ho passato quasi mezz’ora correndo lentamente – la famigerata crisi – , dalla fine della First Avenue e per tutto il Bronx per un totale di 3 miglia – quindi invece dei miei 9 minuti per miglio ne impiegavo circa 19 – e se non fosse stato per i miei amici (Andrea, Viviana, Lucia e Marco) e per la mia ragazza (Liz) che seguivano i miei progressi in tempo reale con l’APP sul telefonino e periodicamente mi chiamavano al telefonino per darmi la loro posizione, lo sconforto e la delusione per il crollo fisico si sarebbero impadroniti di me portandomi a camminare fino alla fine, cosa che per fortuna non è avvenuta, anzi, quando sono arrivato a Central Park, complice anche la vicinanza a casa (risiedo dell’Upper East Side), le forze mi sono completamente tornate e la media per miglio è risultata addirittura migliore di quella della prima parte del percorso!

Esperienza unica, organizzazione ineccepibile e percorso straordinario: la consiglio veramente a chi ha la corsa nel sangue come me, e il prossimo appuntamento, nella speranza di essere ammesso, è l’Empire State Building Run-Up!

Un ulteriore particolare ringraziamento a Viviana per le splendide foto in allegato, al mio migliore amico Andrea Forte per il supporto e alla mia ragazza Liz per essermi sempre accanto.

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